La genealogia e la ricerca delle origini di una famiglia


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15_Il "liber chronicus" del parroco Paolo Carcano

Il testo > dal capitolo 11 al capitolo 20


Suggerimento: chi non l'avesse già fatto dovrebbe prima leggere la " Home Page" e poi " La nota dell'autore".


Capitolo 15 –
Il “liber chronicus” del parroco Paolo Carcano
(10 gennaio 1996)


10 gennaio 1996
, mercoledì

Paolo Carcano, non un prete qualsiasi, ma un discendente di nobile e facoltosa famiglia canturina, fu il primo parroco a tenere un
liber chronicus, la cui prima annotazione all’apparenza risale al marzo 1543. Ho dedicato l'odierno accesso a Vighizzolo all'esame sistematico dell'antico libro, perché, avendo osservato come Giacomo (1512?) vi fosse individuato col solo appellativo "di Varena", ho pensato che non dovesse essere difficile ritrovarvi i soggetti aventi quel toponimo quale cognome. Invece, pur con tutto lo scrupolo di cui sono stato capace, non ho potuto individuare il battesimo di alcuno dei figli noti di Giacomo, pur convinto che tutti videro la luce a Varena come la storia nota della stirpe lascia presumere. Stefano (1546/48?), Paolo (1555?) e Marta (1560?) appaiono dunque orfani di annotazioni che diano certezza non tanto della loro esistenza, cui forniscono la prova i censimenti parrocchiali, quanto delle date di nascita. Quindi, sino all'acquisizione di nuovi e diversi elementi, dovrò accontentarmi delle date di nascita che ho fantasiosamente ricostruito elaborando gli elementi forniti dagli stati d'anime dell'ASDM. Le annotazioni inerenti la stirpe, che ho trovato oggi a Vighizzolo, riguardano invece i battesimi di Simone e di Anastasia, due dei figli di Stefano (1546/48?). Ebbene, la nascita di Simone appare in sintonia con l'anno che ho determinato il 29 dicembre scorso, mentre quella di Anastasia è assolutamente dissonante, confermando la scarsa affidabilità di quegli antichi stati d'anime, almeno in ordine all'età dei soggetti censiti. Tuttavia io stesso non so quanto possa considerarmi affidabile, dacché ancora non ho saputo trovare il modo per interpretare compiutamente gli scritti dei parroci, non sempre e non proprio calligrafici.

- battesimo di Simone, figlio di Stefano Marelli.



"
A li 2 agosto ho bap(tizza)to Simone fiolo de Stefano di Varena et di Paolina, et co(m)p[adre] era B(ar)tolomeo di S(an)ta Naga".

L'annotazione, del 1571, è, come si vede, essenziale, ma non ho dubbi che si tratti proprio di Simone, figlio di Stefano, il quale, come gli altri componenti della famiglia, è individuato col toponimo invece che col cognome. Mi lascia invece perplesso il nome della moglie di Stefano, che dai censimenti sappiamo essere Donnetta, non Paolina, la quale, però, avrebbe potuto anche essere
Paolina detta Donnetta. Comunque fosse, è pure vero che Donnetta è un nome che non ho mai trovato prima. Un’altra spiegazione potrebbe essere quella di una "confusione familiare" commessa dal parroco, perché Paolina era il nome della moglie di Giacomo, padre di Stefano, non di Stefano.

- battesimo di Anastasia, figlia di Stefano Marelli.



"
A li 25 del dito ho bab(tizza)ta Anastasia fiola di Stefano de Varena et di Do[n]net[t]a da Margno, et co(m)p(adre) era B(ar)tolomeo de S(an)ta Naga di Ro(n)zoni".

L'annotazione è del novembre 1573. Anastasia nacque dunque nel 1573, non nel 1584. Una differenza di undici anni non è cosa da poco e, come ho fatto poc'anzi, mi domando quali fossero in quel tempo le regole che soprassedevano alla compilazione degli stati d’anime. Paolina, la moglie di Giacomo (1512?), nacque dunque Ronzoni, così che il padrino, Bartolomeo Ronzoni della cascina di Santa Naga doveva essere un suo stretto congiunto, forse suo padre.
Durante l'esame delle annotazioni sono però emersi, lungo una trentina d'anni, anche altri dati relativi ad alcuni residenti alla cascina Varena, e diverse annotazioni curiose che vale la pena di riportare e brevemente commentare. Vediamo.

- Giacomo di Varena, compadre in un battesimo del 1543.



“A li 20 maijo ho ba(tizza)to Domenicho fiolo de Galeazo de la Costa, et c(ompad)re era Jo(anne) de la Zoija et Jacomo de Varena, et Jo(anne) Ter(e)sio de Bino Taliabò".

L’anno è il 1543. Questa è una delle prime annotazioni del
liber chronicus, nella quale per la prima volta in assoluto incontriamo Giacomo. Lo ritroveremo molte altre volte.

- immagine della prima pagina del “
liber chronicus”.



A questo punto occorre fare qualche considerazione a proposito dell’oramai famoso liber chronicus.

Il “
primo liber chronicus” della parrocchia di Vighizzolo fu istituito dal parroco Paolo Carcano con indicazione del 3 marzo 1543 quale giorno d’inizio, con un’annotazione che così esordisce:

“1543, die tertio ma(rz)ij.
Ego p(res)b(ite)r Paulus Carch(anu)s veni habitare ad ecclesia(m) Sa(n)ti Petri de Vigizolo anno et die s(uddet)to...”.

Di seguito, la seconda annotazione è tuttavia datata 11 maggio 1544, così iniziando:

Et in 1544, 11 me(n)sis maij, vicina(n)tia p(er) ditti loci de Vigizolo om(n)es et unanimes una voce et...”.

Per come appaiono le date delle dianzi dette annotazioni, sempre che le abbia lette correttamente, sembrerebbe che quando Paolo Carcano decise di dare inizio a un proprio “
liber chronicus” l’anno fosse il 1544, l’11 maggio appunto, tuttavia recuperando ed annotando anche eventi accaduti a far tempo dall’11 marzo 1543, perché la terza annotazione della prima pagina, che è poi il primo evento annotato in assoluto, così recita:

Nota di tut(t)i li ba(ttezza)ti p(er) mi p(rete) Paulo Carch(an)o rect(or) de la dita giesia de S(an)to Petro de Vighizolo.
Io p(rete) ho ba(ttezza)to Jo(anne) Petro fiolo de Vince(n)tio Burascho a li 11 m(ar)zo 1543, et c(om)p(adre) era Gio(vanni) de la Zoija et Stefano Cog(n)o
”.

La successiva annotazione è del 15 aprile, la successiva ancora del 19 e così via.

Per concludere la breve ma importante parentesi, occorre dire che Paolo Carcano fu non solo precursore delle prescrizioni del Concilio di Trento, ma anche puntuale cronista di importanti eventi nella sua parrocchia, perché, come vedremo, nel suo
liber chronicus oltre ai fatti di stato civile ne annotò anche molti di cronaca locale, non esclusi alcuni di cronaca nera.

Ma proseguiamo con l’esame di altre interessanti annotazioni.

- un Giovanni di Varena, compadre in un battesimo del 1543.

"
A li 19 ho ba(ttezza)to Jo(anne) Maria fiolo de Stephano C(o)gno, et comp(adre) era Jo(anne) de Varena et Paulo del Bogo".



L'annotazione è del luglio 1543. Chi era questo Giovanni? Non so dire, né nello stato d'anime del 1582? compare un Giovanni che sia identificabile con questo soggetto. Perché allora ho riportato questo battesimo? Perché ho seguito un impulso: era un soggetto di Varena.

- ancora Giacomo di Varena, compadre in un battesimo del 1543.



"A li 9 set[t]embre ho ba(ttezza)ta Marta fiola de Jaiacomo C(o)gno, et comp(adre) era Jacobo de Varena et Paulo del Bogo".

L'anno è sempre il 1543.
Jaiacomo potrebbe essere Giangiacomo. Poi appare uno Jacobo, non Jacomo. Iacobo è Giacobbe o Giacomo? Propendo per Giacomo. Sempre, dunque, il nostro Giacomo di Varena.

- battesimo di Giorgio (1557), presunto ultimo figlio di Giacomo.



“A li 29 del ditto ho ba(tte)z(za)to Georgio fiolo del Regio da Varena, et comp(adre) era Bat[t]istino, fra(te)llo de mado(nn)a Marta del Sciavetto, et ma(ssa)ro Giacomo Burascho
"

La data è il 29 agosto 1557. Chi era, cosa rappresentava il "
regio"? In merito ho un'opinione. Il desueto termine dialettale odierno “regiù” ha il significato di capo famiglia. Dunque l'antico “regio” e il moderno “regiù” potrebbero avere lo stesso significato. Se così fosse, Giorgio sarebbe allora un altro e sinora ignoto figlio del nostro Giacomo, capo famiglia e massaro di Varena.
A proposito di "massari". Spesso in atti come questo si trova l'apparente e strano termine "
magrò" per la cui interpretazione ho una teoria. La seguente. La "o" accentata non è una "o" accentata; esiste invece un segno sopra la "r" che sembra un accento sopra la "o". La complicazione serve per far intendere che la parola è "ma..g..ro" dove la "g" non è una "g", ma una doppia "s" stilizzata. In altri termini, l'accento sulla "o", che non è un accento, insieme alla "g" che non è una "g", vorrebbe significare il suono "..ssa.." nella parola "ma...ssa...ro", massaro. Qualcuno, però, che ne sa molto più di me, sostiene che quel “magrò” potrebbe invece essere l’abbreviazione di “ma...gist...ro”, ossia magister, mastro, maestro. Forse. E dunque potrebbe anche essere che i massari fossero pure chiamati magistro. Forse. Sempre forse.
Comunque sia non è importante com’era o come non era. E' invece importante la figura del massaro. Chi era costui? Vediamo intanto di definirlo.
Massaro era il conduttore di un podere, di cui presiedeva ai lavori e curava il bestiame. Contratto di masseria, nel diritto feudale: contratto agrario tra proprietario o concessionario di terre e massaro. La figura del massaro supponeva dunque un contratto di masseria. Lo Zingarelli, però, non dice che i massari erano spesso conduttori privilegiati, perché in forza di un particolare contratto, chiamato "investitura", godevano dei favori di un prezioso alleato: il livello. Livello: anticamente, contratto simile a quello della enfiteusi. Enfiteusi: diritto di godere un fondo altrui con l'obbligo di apportarvi migliorie e di corrispondere periodicamente un canone in denaro o in natura. Non dice però lo Zingarelli che quella "livellaria" era un'investitura del tutto particolare, che comportava il godimento perpetuo del fondo, trasmissibile cioè, grazie al diritto consuetudinario germanico, da padre a figlio. Conseguenza pratica era che il massaro "a livello" ben poteva essere spodestato di ogni suo bene e diritto per qualsivoglia ragione, ma mai avrebbe potuto essere spogliato del diritto di vivere, nella più ampia accezione del termine, sulla terra, la "sua" terra, che lavorava. Questa deve essere la ragione per la quale i miei ascendenti già massari a Varena agli inizi del '500, lo erano ancora nell'800.
A questo punto mi vengono spontanee una domanda e una considerazione. Prima. Dopo la morte di Agostino (1763), avvenuta nel 1835, continuarono i fratelli di Gaetano (1790?) a condurre la cascina Varena? E, in caso affermativo, quando ne cessarono la conduzione? A questa domanda potrebbe non essere difficile dare una risposta, perché a Vighizzolo sarebbero conservati stati d'anime successivi al 1850 che potrebbero consentire l'indagine. Seconda. L’investitura, più o meno
livellaria che fosse, era un contratto molto importante la cui celebrazione doveva essere fatta per atto pubblico, cioè, in pratica, da un notaio. Ebbene, sarà possibile reperire presso l'Archivio di Stato la o le investiture che i Fossani dovettero stabilire con qualcuno dei miei ascendenti nel '500 o nel '400? Non so e per saperlo dovrei andare all'Archivio di Stato e vedere. Ma solo a pensarci mi vengono i brividi. Questo è il punto.
Ma torniamo sui nostri passi.


- Pedrazino di Varena compadre in un battesimo.



"El s(udet)to giorno ho ba(ttezza)to Petro Paulo fiolo de ma(ssa)ro - ma(gist)ro - Jacomo Burascho, et comp(adre) era Pedrazino de Varena et B(ar)tolameo de S(an)ta Nagha, et Jeronimo Oldano".

La data è 18 settembre 1558. Ancora una volta troviamo un soggetto di Varena e Bartolomeo Ronzoni di Santa Naga. Chi era "Pedrazino de Varena"?

- Stefano di Varena compadre in un battesimo.



"
Et a li 25 del dito ho bap(teza)ta Joanina, fiola de Jeroni(m)o da la Costa et di Elisiabeta da Marzorà, et comp(adre) era Stephano de Varena".

Il battesimo è dell'agosto 1570. Riecco Stefano (1546/48?) in veste di padrino.

- Stefano di Varena compadre nel battesimo di un figlio della sorella Marta.



"
A li 20 de Julio fu bab(tiza)to Jo(anne) Babtista, fio[lo] de Andrea Salvatore et de Marta di Varena, et co(m)p(adre) era Stefano de Iacomo de Varena".

L'anno è il 1572. A parte il padrino, che una volta di più fu il nostro Stefano, la madre del battesimato, però moglie di Andrea Salvatori, sembrerebbe essere Marta figlia di Giacomo e, dunque, sorella di Stefano, che avevo invece ipotizzato essere andata in moglie a Pietro Guzzi. Forse ho sbagliato tutto. Forse ho dedotto troppo e male, sia dal censimento del 1596 che da quella strana annotazione dell’anno 1600 con la quale il parroco, dopo aver evidenziato la morte di una Marelli, che avevo ritenuto di leggere "vedova di Guzzi", ne riportava la volontà che fossero celebrate alcune messe a di lei suffragio. Occorre assolutamente approfondire.

- battesimo di Giovanni Battista figlio di Bartolomeo di Varena.



"
A li 12 dicembre ho bab(tiza)to Jo(anne) Babtista fiolo de B(ar)tolomeo de Varena, et co(m)p(ad)re era Fili[p]po da Marzorà et fiolo de Caterina da Ricio"

L'anno è il 1574. Dallo stato d'anime del 1582? si desume come Bartolomeo (1561?) fosse il primogenito di Pietro (1509?). Quello che era solo un sospetto è dunque un fatto. Se Bartolomeo nacque nel 1561, è mai possibile che nel 1574, all'età di soli tredici anni, fosse già sposato e padre? Direi proprio di no. Ergo il censimento del 1582? non può essere del 1582. Più verosimilmente potrebbe essere del 1573, o dintorni. Pertanto d'ora in poi individuerò quello stato d’anime con l'anno 1573?, salvo stabilire per qualche altra via l'anno corretto.

- battesimo di Tommaso figlio di Caterina di Varena.




"A li 23 dicembre ho bab(tiza)to Tomaso, fiolo de Dionisio de S(an)ta Naga et de Caterina de Varena, et co(m)p(adre) era ma(gist)ro - o forse ma(ssa)ro - Petro Camagno de Intimiano".

L'anno è sempre il 1574. Chi è questa Caterina di Varena sposata a un Dionisio di Santa Naga? Che sia un'ancora sconosciuta figlia di Giacomo, o di Pietro, o di Francesco di Varena?

Ho finito. Cambiamo argomento. Il
liber chronicus del parroco Paolo Carcano come già ho detto non è costituito solamente da iscrizioni anagrafiche, ma anche da diverse annotazioni di natura profana, come quelle, per esempio, relative agli anomali fatti naturali dell'anno 1543. Vediamone alcune.

- la tempesta del 19 aprile 1543.



"
A li 19 aprile si è te(m)pestato talme(n)te c(he) porto via la mitta de li frutti et la neve negò la mittà de la biaua grossa".
(1543 - Il 19 aprile è tempestato talmente [forte] che [la tempesta] portò via la metà dei frutti e la neve annegò la metà della biada grossa).

- l’infestazione delle cavallette.




"
Et più el giorno mede(si)mo le saiatole pasorno p(er) la brera et c(on)sumarono tut[t]o il melio et [il] panico, et dororno p(er) me[z]zo giorno".
(20 maggio 1543 – Inoltre, il giorno medesimo le cavallette passarono per i campi e consumarono tutto il miglio e il panìco, e l’infestazione durò mezzo giornata).

- la tempesta del 2 luglio 1543.



A li 2 de Julio si è te(m)pestato talme(n)te che portò via tut[t]o il resto de la biaua grossa et maij più se vidi ta(n)ta rovina”.
(1543 – Il 2 luglio è tempestato talmente [forte] che [la tempesta] portò via tutto il resto della biada grossa e mai più si vide tanta rovina).

- la nevicata del 14 aprile 1555.



"
A li 14 aprile, che fu la sole(m)nitate de a S(an)ta Pacha de resuretio(n)e, da ore 16 fina a li [ore] 23 di c(on)tinuo fiocò, et la notte segue(n)te gelò e il ditto gelo portò via tutti li frutti et………".
(1555 - Il 14 aprile, che fu la solennità della Santa Pasqua di Resurrezione, dalle ore 16 fino alle [ore] 23 nevicò di continuo e la notte seguente gelò, e il detto gelo portò via tutti i frutti e.......... [La parte che segue la congiunzione “e” mi è davvero impenetrabile.]).

E così via annotando ancora per diversi anni successivamente. All'evidenza i tempi dovevano essere duri, molto duri, non soltanto per le epidemie, ma anche per le carestie che un anno dopo l'altro mettevano alla fame intere regioni. La terra canturina, inoltre, non doveva essere gran che generosa, così che le ingiurie atmosferiche, unitamente ad altre di diversa natura, come le cavallette, sommate alla sua intrinseca avarizia dovevano contribuire non poco a tenere il livello di vita assai basso. Quelli che soffrivano i disagi delle ricorrenti carestie in minor misura dovevano essere proprio i massari, perché il forte possesso che avevano sulla terra che conducevano poteva sempre consentire loro il minimo di sussistenza. Comunque andassero le cose, occorre non dimenticare che anche quando i raccolti erano discreti non c’era mai una sola buona ragione per scialare, perché l'apporto nutrizionale dei frutti della terra era sempre e comunque al limite della sufficienza. Chi viveva del lavoro della terra era infatti costretto a nutrirsi, soprattutto in termini di apporto calorico, coi prodotti di minor pregio, come il miglio, dal quale ricavavano "el pan de mèi" di famosa memoria, il panìco, i legumi, la frutta, le castagne e simili. Coltivavano, è vero, anche il grano, dal quale ricavavano la farina, ma "la mica", ossia il pane di frumento, e ogni altro prodotto di pregio andavano in buona parte al proprietario o al concessionario del fondo sotto forma di fitto in natura, mentre il consumo di ciò che restava veniva parsimoniosamente frazionato durante il corso di tutto l'anno, salvo che in occasione di matrimoni, battesimi e di importanti ricorrenze religiose quando le regole venivano voluttuosamente trasgredite. Per completare il quadro delle abitudini alimentari di quella gente, peraltro appena abbozzato, non bisogna dimenticare che la patata venne introdotta solamente nel tardo '700 e che anche la coltivazione del mais, introdotto in Europa dopo la scoperta dell'America, prese piede molto tempo dopo. La coltivazione della vite doveva essere invece ben diffusa, e a prescindere dal livello qualitativo del prodotto che ancora non subiva la concorrenza delle regioni munite di ben altro blasone, la terra canturina produceva vino in quantità sufficiente per soddisfare la domanda locale. La produzione deve essere durata almeno sino alla prima metà dell'800 e Gaetano, il mio misterioso ascendente che prima di fare il cappellaio a Milano fece l'oste a Cremnago, credo dovesse mescere vino di produzione locale.
Ho divagato. E allora divaghiamo ancora un poco. Ecco altre annotazione di strani eventi.

- a Cantù sorsero due “soli”.



"A li 18 fur[o]no visti doij soli in el levar et duro[r]no per [lo] spatio de una ora".
(E’ il 18 luglio 1543. Furono visti due soli al loro levare e durarono per lo spazio di tempo di un'ora). Proprio così. Il nostro parroco il 18 luglio del 1543 vide sorgere due soli. Non so davvero cosa dire, ma l'annotazione, sicuramente autografa, è scritta esattamente come è riportata. Il fenomeno descritto è ampiamente trattato anche dal Giorgetti nel suo libro.

- morte di una donna posseduta dagli spiriti maligni.



"A li 19 del ditto si è morta Caterina mulier de Jo(anne) da Seregno, inspirta da molti spiriti maligni".
(Il 19 agosto 1558 è morta Caterina moglie di Giovanni da Seregno, posseduta da molti spiriti maligni). Quando si dice la superstizione! Era superstizioso anche il parroco.

- pubblicazione degli editti del Concilio di Trento.



“A li 20 de agosto io p(rete) Paulo, ret(tore) de la no(st)ra giesa, plubli[c]aij li editti del sacro Co(n)cilio de Tre(n)te, confirmati p(er) la santità del n(ost)ro sa(n)tis[s]imo papa Pijo Quarto al mio populo de Vigizolo 1564”.
(Il 20 agosto io prete Paolo Carcano, rettore della nostra chiesa, pubblicai gli editti del sacro Concilio di Trento, confermati dalla santità del nostro santissimo papa Pio IV, al mio popolo di Vighizzolo 1564)". Paolo Carcano provvide ad adempiere all'obbligo imposto a tutti i parroci di rendere di pubblica ragione gli editti voluti dal Concilio Tridentino, del quale il milanese papa Pio IV, Giovanni Angelo Medici di Nosigia, secondo marchese di Marignano, ora Melegnano, fu l'ultimo e più determinato fautore.

Basta così, altrimenti riesco ad annoiare anche me stesso. Domani andrò all'ASDM per frugare nuovamente nel volume V delle visite pastorali alla pieve di Cantù-Galliano. Aver preso consapevolezza che il censimento del 1582? è invece del 1573? mi ha messo in agitazione.


Il testo di questo capitolo può essere qui scaricato in formato ".doc" o ".pdf".

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