La genealogia e la ricerca delle origini di una famiglia


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18_L'Archivio di Stato di Milano

Il testo > dal capitolo 11 al capitolo 20


Suggerimento: chi non l'avesse già fatto dovrebbe prima leggere la " Home Page" e poi " La nota dell'autore".


Capitolo 18 –
L’Archivio di Stato di Milano
(dal 16 febbraio 1996 all’8 marzo 1996)


16 febbraio 1996
, venerdì

L'odierna visita all'archivio di Vighizzolo è stata breve, perché era finalizzata alla sola ricerca delle esequie di Giacomo (1503?), Stefano (1540?) e Gaspare (1576). Però già immaginavo che difficilmente avrei trovato qualcosa, ché tali e importanti eventi non avrebbero potuto passarmi inosservati durante il precedente accesso. Ma, mi dicevo,
repetita iuvant. Invece no. O i miei tre bravi ascendenti furono sepolti altrove che in chiesa, senza cerimonie, oppure il parroco non provvide ad annotarne le esequie. In compenso, spulciando per l'ennesima volta l'oramai famosissimo primo liber chronicus, ho trovato altre due annotazioni che mi sono parse degne di qualche considerazione. Non si sa mai. Le trascrivo, le commento brevemente e chiudo il capitolo di Vighizzolo.

- morte di Tommaso, figlio di
Pedrazo (Pietro) di Varena.

"
A li 28 del ditto si è morto Tomaxo de Pedrazo de Varena".

Sic! Questo
Pedrazo, che forse abbiamo già incontrato sotto il nome di Pedrazino, dovrebbe essere il nostro Pietro "di Guzzi"; in tal caso Tommaso sarebbe un altro suo figlio. Diversamente, chi erano costoro? L'annotazione è del maggio 1562.

- battesimo di Cristoforo (1578), figlio di Giovanni di Guzzi.

"
Alli 22 sete(m)bre ho baptizato Cristoforo, qual’è nato alli 21 del s(uddett)o [mese], fig(liol)o di Gio[va]anni de Guzzi di Varena et di Antonia de Rizzi sua moglie. Il compadre [fu] Ambrosio de Rizzi, la com[m]adre Angelina ut supra".

L'anno è il 1578. Giovanni era figlio di Francesco "di Guzzi", fratello di Giacomo e Pietro, e compare nello stato d'anime del 1573 non ancora sposato, di età illeggibile; compare pure nel censimento senza data (1574?) con un'età di 20 anni, sposato con Antonina (Tognina nello stato d'anime) pure ventenne, ma ancora senza figli. Non compare più nello stato d'anime del 1596? (o 1593 o 1590). Nel frattempo dovettero dunque andare a stabilirsi altrove che sotto la cura di Vighizzolo. Questo è uno dei quattro Cristoforo che ho rinvenuti nel
liber chronicus. Un altro, "non di Guzzi", è quello nato il 2 gennaio 1592 da Giovanni Marelli e Clara Masotti, abitanti a Giovanico (cfr. le pagine del 31 gennaio scorso). Un altro ancora, ma "di Guzzi", è quello il cui matrimonio con Margherita di Maffeo di Intimiano venne celebrato il 4 novembre 1571 (cfr. le pagine del 18 gennaio scorso). Infine il quarto, pure "di Guzzi", è il mio diretto ascendente nato nel 1621.
Ho poi preso in esame il primo libro degli stati d'anime giacente in archivio a Vighizzolo, e alla pagina 144 del primo censimento riportato, sprovvisto di data ma ascrivibile all'inizio della seconda metà dell'800, ho ricavato che la cascina, non più Varena, ma già divenuta Varenna, definita "Casa Colonica dell'Avv. Signor Andina di Corno, erede del fu Ingeniere Rienti", era condotta dalla famiglia Montorfano. Ancora i Montorfano! Chissà se erano parte della famiglia dei Montorfano della cascina Prina di Cantù, che oltre due secoli prima si imparentarono coi Guzzi di Varena!
Posso ora concludere questa prima e forse anche ultima parte della ricerca affermando che la conduzione "a livello" della cascina Varena da parte dei massari miei ascendenti durò non meno di tre secoli, da Giacomo, nato intorno al 1503, ad Agostino (1763) morto nel 1835. Massari, certo, ma anche comprimari. In quei lontani tempi, infatti, i massari erano i personaggi più influenti e facoltosi della collettività contadina, tanto benestanti (ma si fa solo per dire) da potersi permettere anche qualche "famiglio", come per certo ne ebbero Giacomo, Pietro e Francesco nel ‘500.
Mi ero quasi affezionato all'archivio di Vighizzolo e l'ho lasciato con un certo rammarico. Intanto perché capivo di aver concluso la parte più interessante, ma forse anche la più facile, della mia avventura, e poi perché sapevo che le ricerche che avrei ancora potuto condurre non avrebbero potuto essere altrettanto gustose, né fruttuose.
In ogni caso, e ovunque possano sfociare le ulteriori ricerche, non intendo opporre resistenza al richiamo degli antichi atti notarili. Anzi! Intanto, però, non posso non riconoscere che sino ad oggi oltre che paziente, qualità che certamente non mi riconoscevo, sono stato favorito dalla sorte. Spero davvero di non esserne abbandonato.
Basta così. Sto esorcizzando la jella ancor prima d'esservi incappato. E ciò porta... jella.


29 febbraio 1996, giovedì

Stamani, di buon'ora, ero all'Archivio di Stato di Como.
Dal volume “
Guida dell'Archivio di Stato di Como", edito dalla locale Camera di Commercio a cura di Gabriella Poli Cagliari, ho appreso che nel fondo dell'Archivio Notarile (costituito da 6534 pezzi archivistici ove sono conservati gli atti rogati da 772 notai del territorio di Como dal 1329 al 1867) non esistevano atti rogati a Cantù, salvo due soli dell'800. La ragione, mi ha gentilmente chiarito un impiegato dell'Archivio, era da ricercare nel fatto che Cantù, ancorché a due passi da Como, è sempre stato soggetto alla signoria di Milano, onde gli atti notarili, ma anche tutti gli altri documenti formati nel suo territorio, furono versati e tuttora giacciono presso l'Archivio di Stato di Milano.
Già me ne stavo andando con le pive nel sacco quando lo stesso impiegato, forse impietosito dalla delusione che doveva leggermi in viso, mi ha suggerito di approfittare comunque dell'accesso porgendomi un volume, prelevato lì per lì da un vicino scaffale, intestato: "
Cantù Nobilissima - Note di Storia patria in memoria di Giacomo Motta". Rinfrancato dalla prospettiva di acquisire comunque qualche nuova conoscenza e di non mandare sprecata la mattinata, mi sono accomodato ad un tavolo di lettura e, dopo aver diligentemente compilato il modulo burocratico inerente la visita, mi sono immerso nell'esame del libro, il quale subito mi è parso meritevole di ogni possibile attenzione.
Il volume, pubblicato dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Cantù nel 1982 e redatto con l'intervento di diversi autori, è il secondo della collana
"Cantù Nobilissima" ed è dedicato a "Cantù nella sua pieve". Nel volume ho trovato riprodotta un'antica pianta così descritta nella relativa nota esplicativa: "La pianta parlante del Borgo di Cantù e di Galliano è riprodotta da una tavola di centimetri 53 per 24 dell'Archivio della Curia Arcivescovile della Diocesi di Milano (vol. XXII, 472). Il documento si ritiene della seconda metà del secolo XVI. Sulla destra si vede S. Maria Nova e cioè il Santuario della Madonna dei Miracoli, che fu costruito negli anni intorno al 1555." Si tratta, all'evidenza, della famosa chiesa di santa Maria Bella di cui ho riferito nelle pagine del 31 gennaio scorso. E ancora: "A Gaiano è ben visibile una torre, che non è di fantasia. Infatti - come è detto a pagina 43 di questo volume - era vicina a un oratorio dedicato a S. Giorgio."
L'esame del libro, considerato il poco tempo che avevo a disposizione, è stato più che sommario, ma ho potuto ugualmente individuare alcune sue parti che mi sono sembrate interessanti e meritevoli di essere riportate. Eccole.

A pagina 38, nota numero 18:

“Sui Fossani, si veda G. Motta, Vicende, p. 149: La famiglia Fossano, che fu per diciannove anni feudataria di Cantù al tempo di Luigi XII, “ - re di Francia dal 1498 al 1513 - ”fu certamente una delle più ricche ed influenti anche se le memorie che la riguardano non sono numerose."

I Fossani erano nel '500 i proprietari della cascina Varena, come è evidenziato nei tre famosi stati d'anime.

A pagina 46:

“In Brianza le proprietà dei nobili o della Chiesa erano solitamente suddivise in un certo numero di ‘possessioni’, formate a loro volta da più appezzamenti di terreno, dislocati talora a parecchi chilometri gli uni dagli altri. Nel secolo XVIII, sei possessioni del capitolo di san Paolo erano in affitto ad altrettanti massari. E il resto della proprietà (circa trecento pertiche) era coltivato, a piccoli lotti, da altri contadini (pigionanti) che lavoravano i campi dei canonici a forza di braccia e cioè con la zappa.
L'aratro, infatti, era in quei tempi l'orgoglio del solo massaro che sovrintendeva - da reggitore - alla conduzione di un fondo di perlomeno cento pertiche e al buon governo di tre o quattro coppie nuziali, unite intorno al medesimo focolare. Oggi, non è davvero facile immaginare come potessero convivere venti o forse trenta parenti nelle poche stanze di una ‘casa’ così detta ‘da massaro’. Allora, sembra bastasse l'autorità di un regiou” –
(vi ricordate Giorgio figlio del 'regio' di Varena?) – “a mantenere una certa concordia in quelle famiglie così patriarcali. Per quello che si sa, nel Canturino, la forma più comune di locazione di un podere era quella a fitto semplice. Contratti del genere avevano quasi sempre la durata di un novennio. Erano rogati talvolta in latino.” – (in realtà erano sempre rogati in latino) – “E venivano sottoscritti con l'impegno di pagare ogni anno una determinata somma in contanti per il bosco, per il prato e per la casa, e di consegnare un certo numero di moggia di frumento, di segale e di miglio per le pertiche seminate a cereali.
Il sopraterra (vino, bozzoli, noci) si divideva invece a metà. La foglia dei gelsi, però, era riservata al padrone che poteva concederla o meno al colono per l'allevamento dei bachi da seta. Il proprietario aveva inoltre diritto agli appendizi e cioè a un paio di capponi, a qualche pollo e a due o tre dozzine di uova di gallina. Nel 1643, Giovan Battista, Pietro e Francesco, fratres Marellos," -
chissà se erano anche "di Guzzi" - "della cascina del Pirro," - dovrebbe trattarsi della cascina del Pero, a nord di Cantù, più o meno a metà strada per Intimiano - "erano massari a Vighizzolo dell'Ospedale di Sant'Antonio; e pagavano ogni anno d'appendizio: paria tria caponum, paria tria pullastrorum et duodenas sex ovorum a gallina. Da quell'istrumento di investitura a fitto semplice si deduce che il canone era pagato con dodici lire imperiali in pecunia; che la metà del vino era consegnata a Como a spese dei massari; e che il resto dell'affitto era in natura. I Marelli erano inoltre tenuti a distribuire ogni anno cinque staia di frumento ai poveri della vicinanza di Vighizzolo. Nel secolo XVIII anche le benedettine di Santa Maria - come, del resto, i canonici di san Paolo - affittavano per lo più le loro possessioni con quel tipo di contratto - tra massaro e proprietario - ch'era in vigore nel 1643 a Vighizzolo; e che i notai di allora definivano “ad investendum jure simplicis locationis ad fictum simplex faciendum”.

Interessante, vero? Mi metterò in contatto con la Cassa Rurale e Artigiana di Cantù per chiedere se nei loro scaffali non giaccia in eccedenza (per caso, non si sa mai) una copia dei volumi anzidetti.
In un batter d'occhio è stato mezzogiorno. Anche la visita all'Archivio di Stato di Como aveva dato qualche frutto. Chissà se accadrà altrettanto all'Archivio di Stato di Milano!


7 marzo 1996, giovedì

Ho trovato l'Archivio di Stato di Milano (ASMi) un po' meno
friendly di quello di Como e tuttavia affrontabile senza grosse difficoltà se si considerano le sue diverse complessità e importanza. Come la Biblioteca Nazionale Braidense, pure l'ASMi m'è sembrato ben organizzato e condotto da persone motivate che assistono con garbo e pazienza anche i pazzi furiosi della mia specie, introducendoli per gradi nel labirinto procedurale che porta all'individuazione dei documenti di loro interesse.
In men che non si dica la sala di studio si è riempita di avventori, molti dei quali
casual e dunque studenti, e già alle nove e trenta i tavoli disponibili erano tutti occupati. Inconsapevolmente ero arrivato in tempo per non rischiare di non trovare più un solo posto a sedere.
Non riferirò delle domande che ho dovuto fare prima di individuare la corretta procedura per rintracciare i notai, nome per nome, che rogarono a Cantù nei secoli passati. Dirò soltanto che, quale operazione preliminare, ho consultato il primo dei tre volumi dell'inventario del "fondo matricole dei notai", redatto nel 1824, intitolato "Elenco Alfabetico dei Notai, completo dell'indice delle abbreviature consegnate nel 1808 dalla Curia Arcivescovile e dell'indice alfabetico dei notai camerali". La consultazione, alla quale ho dovuto procedere con pazienza e metodo, mi ha portato all'individuazione di un primo gruppo di notai che rogarono a Cantù o anche a Cantù:



Dunque ventuno nominativi nel primo volume, e se tanto mi dà tanto il numero potrebbe salire a sessanta o settanta soggetti dopo l'esame degli altri due volumi. Dovendo prendere visione degli atti non di tutti i notai che rogarono a Cantù, ma solamente di quelli che rogarono sino alla fine del XVI secolo, i su indicati nominativi potrebbero ridursi a una quindicina e alla fine a una cinquantina quello totale. In ogni caso non saranno pochi e il tempo necessario per la ricerca dipenderà dal numero di atti esistenti per ciascun notaio selezionato. Una volta portata a termine la selezione, l'esame degli atti dovrà avvenire non per ordine alfabetico dei roganti, ma tenendo conto dei periodi nei quali rogarono, così da retrocedere nel tempo secondo l'ordine cronologico.
Mi preoccupo intanto di problemi di facile soluzione, ma le difficoltà vere (dovrei dire insormontabili) le incontrerò quando dovrò leggere (leggere?) il contenuto di documenti redatti in latino - del quale ho appena qualche vaghissima reminiscenza - con grafia disumana.


8 marzo 1996, venerdì

Stamani all'ASMi ho completato il lavoro di selezione che ho iniziato ieri. I notai che rogarono a Cantù, o anche a Cantù, inclusi nel secondo e nel terzo volume dell'inventario delle matricole, sono risultati i seguenti:



Dunque altri trentuno nominativi, che uniti ai precedenti ventuno fanno in tutto cinquantadue. Pensavo peggio. A questo punto ho dovuto scegliere i notai che rogarono sino a circa il 1600 e metterli in ordine decrescente. Ecco il risultato dell'elaborazione:



Oltre al primo, Carcani Valentino, che non potrò trascurare poiché è risultato sprovvisto di periodo nell'inventario, dovrò spulciare gli atti di altri venti notai. Molto meglio di quanto pensassi, ma credo che in ogni caso sarà un lavoraccio. Spero ardentemente che le rubriche o gli elenchi, di cui le filze di ciascun notaio dovrebbero essere provviste, mi aiutino nel compito. Tuttavia già so, perché è scritto nell'inventario, che in molti casi non troverò né rubrica né elenco, soprattutto per i notai che rogarono prima del '500. Vedremo.
Intanto, però, per concludere le pagine odierne, ritengo interessante riportare quanto scrisse nel 1824 l'archivista che curò la compilazione dell'inventario delle matricole.



“ELENCO ALFABETICO

dei Notai trapassati della città e Ducato di Milano, le cui abbreviature sono state ritirate in questo Pubblico Archivio qual depositario, dall'Imperatrice Maria Teresa destinato per la conservazione delle medesime in vigore del Dispaccio 7 Gennaio 1771, i quali atti pria esistevano presso diversi Particolari, che si nominavano Commissari o Possessori.
Dalla mentovata riunione sono rimaste sotto quell'epoca escluse le carte della Signoria di Varese, essendo questa dalla M.S. stata accordata a Francesco III Duca di Modena vita sua natural durante.
Seguìta la morte del prelodato Duca, il Governo con lettera del 7 Marzo 1780 ha ordinato lo trasporto anche di quelle abbreviature all'Archivio Pubblico, come in fatti poco dopo fu eseguito. Il suddetto elenco si è distribuito in sei colonne, cioè:
Nella prima s'inchiude il cognome, nome e paternità dei singoli notai.
La seconda contiene l'epoca in cui essi hanno rogato.
Evvi nella terza la notizia della esistenza della rubrica o no, come pure dell'elenco formato in Archivio equivalente alla rubrica.
Viene colla quarta indicato il numero degli scaffali ove sono riposti i corpi d'abbreviatura.
La quinta accenna il luogo, in cui i Notai hanno rogato.
E nella sesta ed ultima colonna si descrivono i nomi dei surricordati Commissari o Possessori.
Si è trovato necessaria quest'ultima colonna ad oggetto che possa effettuarsi con prestezza e precisione quanto prescrive l'editto primo ottobre 1775, il quale accorda ai medesimi Commissari o Possessori la metà dei proventi sulle esplezioni che ritrae l'Archivio, cominciandosi però dall'epoca del detto Dispaccio 7 Gennaio 1771, e rapporto alle carte di Varese dal giorno primo Aprile 1780 in avanti, e ciò per due età, cioè durante la vita degli stessi Commissari o Possessori, e dopo di essi i loro primi eredi.

MEMORIA

Nei primi quindici giorni di Agosto 1808 sono pervenuti a questo Archivio tutti gli Atti Notarili ch'esistevano presso la Curia Arcivescovile di questa Città in vigore delle Superiori determinazioni”.


Dimenticavo. Uscendo dall'ASMi mi sono fermato in segreteria e ho chiesto informazioni circa i corsi di paleografia, diplomatica e archivistica che si tengono ogni biennio. Ebbene, il corso in corso (mi si perdoni il bisticcio) è iniziato il settembre scorso e dunque ho perso il turno. Intanto, però, ho saputo che avrei sì avuto i titoli per parteciparvi, ma anche che avrei dovuto sostenere, per esservi ammesso, un preliminare esame per comprovare la mia conoscenza del latino al livello minimo indispensabile. E, come già ho detto, di latino non ricordo più nulla. Dunque niente corso se non come uditore. Questa possibilità è concreta, anche se alla fine conseguirò solo la soddisfazione di aver partecipato ad un corso le cui materie mi affascinano. E non è poco.


Il testo di questo capitolo può essere qui scaricato in formato ".doc" o ".pdf".



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