La genealogia e la ricerca delle origini di una famiglia


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21_L'archivio parrocchiale di Montesolaro

Il testo > dal capitolo 21 al capitolo 29


Suggerimento: chi non l'avesse già fatto dovrebbe prima leggere la " Home Page" e poi " La nota dell'autore".


Capitolo 21 –
L’archivio parrocchiale di Montesolaro
(dal 26 aprile 1996 al 3 maggio 1996)


26 aprile 1996
, venerdì

Anche a Montesolaro, oggi frazione di Carimate, il parroco mi ha riservato buona accoglienza e dopo essersi puntualmente ri-informato sulle mie generalità, provenienza e scopo della visita, mi ha ammesso all'archivio consentendomi la consultazione dei suoi antichi registri dei battesimi e dei matrimoni. Non ho ritenuto di esaminare anche il registro delle esequie perché non ne avrei ricavato alcuna utilità. I registri, ben tenuti, numerati e rilegati, sono risultati compilati a partire dal 1588, lo stesso anno in cui venne istituita la parrocchia e nominato il primo parroco. La chiesa, dedicata alla B.V. Assunta, mi è sembrata rimaneggiata più volte, così da assumere l'anonimo aspetto baroccheggiante tipico di molte chiese rurali, come, per esempio, quella di Cremnago. Le sue dimensioni mi sono parse assai modeste e, forse per sopperire alle conseguenti limitazioni, a ridosso e con gran dispendio di cemento le è stata recentemente costruita un'altra chiesa, grande almeno quattro volte l'antica sorella, gradevole nell'aspetto interno, molto meno in quello esterno, luminosa, ordinata e tirata a lucido. Nei contigui locali, al primo piano, sono stati ricavati gli uffici di segreteria del parroco, così ben forniti di telefono, computer, fotocopiatrice, facsimile e altre diavolerie, che se non fosse stato per l'arredamento, non precisamente profano, e per una certa atmosfera, non avrei avuto difficoltà a pensarli simili a quelli di una moderna azienda. E non poteva essere diversamente tenuto conto di quella che mi è sembrata l'inconsueta personalità del parroco, forse nemmeno cinquantenne: pragmatica ed essenziale, in pratica manageriale. Ma bando alle ciance. Vediamo invece cosa ho trovato.
Come già sapevo, nel '500 a Montesolaro esistettero sì alcuni Guzzi, ma solo quel Gerolamo incontrato due volte nel
liber chronicus di Vighizzolo e i suoi figli. Senza trascrivere il testo delle annotazioni, riferisco che questo Guzzi ebbe da sua moglie Elisabetta almeno tre figli:
- Giovannina "di Guzzi" che il 18 febbraio 1593 sposò a Vighizzolo Francesco di Robbiani, figlio di Pietro, entrambi della cura di Vighizzolo (cfr. le pagine del 31 gennaio scorso);
- Paolo "di Guzi" che l'8 giugno 1602 sposò a Montesolaro Anna di Battista Borghi, entrambi della cura di Montesolaro, i quali ebbero almeno quattro figli: il 24 aprile 1603 Pietro Antonio "di Guzi"; il 4 settembre 1605 Gerolamo "di Guzzi"; il 17 luglio 1610 Gaspare "de Guzi" e l'8 giugno 1619 Elisabetta "Guzzo";
- Giovanni "de Guzi" che l'11 settembre 1605 sposò a Montesolaro Anna di Ludovico Marzorati, entrambi della cura di Montesolaro. Anna, all'apparenza, non gli diede figli e dovette mancare ben presto se "Giovanni di Marelli detto de Guzzi, figliolo del quondam Gerolamo della cura di Monsolaro" poté risposarsi il 5 febbraio 1608 a Vighizzolo con Franceschina di Ceppi figliola del quondam Antonio (cfr. le pagine dello stesso 31 gennaio scorso). Diverso tempo dopo il matrimonio ebbe da Franceschina, a Montesolaro, almeno tre figli: il 12 giugno 1614 "Anna figliola di Giovanni de Guzzi"; il 6 aprile 1617 "Giovanni Antonio figliolo di Giovanni de Guzi"; il 2 maggio 1619 un'altra "Anna figliola di Giovanni Guzzi". E qui finiscono i ritrovamenti odierni a Montesolaro in ordine a quei Guzzi che per certo furono parte della stirpe. Di un Giacomo, Marelli o Guzzi che fosse, nessuna traccia.
Parliamo allora un po' del nostro Gerolamo, che approdò a Montesolaro dopo il 1593, proveniente dalla cascina Musso, parrocchia di Vighizzolo, quando in tale anno, secondo l'arcinoto stato d'anime del 20 novembre 1596? (o 1593, o 1590), che una volta per tutte e nonostante i dubbi che mi rimangono riterrò essere stato redatto nel 1593, all'età di 38 anni abitava nella casa del signor Giulio Cattaneo con la trentaseienne moglie Elisabetta e coi figli Paolo di 16 e Giovanni di 12 anni. Ebbene, nell'annotazione di matrimonio del 5 febbraio 1608, della quale ho accennato poc'anzi, il parroco di Vighizzolo definisce lo sposo "Giovanni di Marelli detto di Guzzi figlio del quondam Girolamo", con ciò affermando, oltre all'intervenuta dipartita di Gerolamo, la sua sicura appartenenza alla famiglia dei Guzzi, o Marelli detti di Guzzi, poiché ogni volta che i Marelli erano solo Marelli, come quelli di Giovanico, il parroco di Vighizzolo mai esitò a chiamarli con quel solo cognome. Il parroco di Montesolaro, invece, mai accenna al cognome Marelli: per lui, all'evidenza, i suoi Guzzi erano Guzzi e basta, con ciò avvalorando la tesi, emersa durante la ricerca, che i miei ascendenti avessero in origine quel solo cognome. Ne costituirebbero prova, tra l'altro, i rinvenuti atti notarili del XVI secolo, nei quali, ove non si consideri l'investitura "Marelli in Fossani", che non ho potuto esaminare per la materiale mancanza della imbreviatura, mai esiste per i Guzzi coinvolti un accenno al cognome Marelli. Penso pertanto di poter ritenere a buona ragione che ai Guzzi venne attribuito l'epiteto "marello", poi divenuto soprannome, poco dopo la presa di possesso della cascina Varena da parte di Giacomo (1503?). Rimangono tuttavia da chiarire le ragioni per le quali nella seconda metà del '500 venne ripescato il vero cognome per essere utilizzato quale unico cognome nello stato d'anime del 1596 (anzi, 1593) e negli atti notarili, o solo come soprannome, ma non sempre, negli atti parrocchiali.
A proposito dei quali, e in particolare di quello del 1569, definito dal parroco semplicemente come "lista de le anime...", occorre dire che un'attenta riconsiderazione dei nomi dei capifamiglia e del numero dei relativi familiari mi porterebbe ora alla conclusione che nessuno dei due Giacomo indicativi sarebbe quello nostro, perché:
- un Giacomo, quello da Montesolaro, è indicato con una famiglia di sole cinque persone quando, secondo i censimenti del 1573 e di quello senza data, ma del 1574, avrebbe dovuto essere composta da non meno di sette persone ove non si considerino i "famigli" conviventi;
- l'altro Giacomo, quello da Galliano, a capo di una famiglia di sette anziché di nove persone, invece che a Varena risiederebbe a Mirabello senza tuttavia essere il capo della più ampia famiglia cui apparteneva, essendolo invece suo fratello Pietro.
Dunque, nella "lista de le anime" del 1569 il nostro Giacomo (1503?) non sembrerebbe esser incluso. Né, tuttavia, posso pensare che non dovesse stare sotto la parrocchia di Vighizzolo quando invece la prova che vi stava è fornita in abbondanza dal
liber chronicus. Ne conseguono allora due altre possibili considerazioni: la prima, che la "lista delle anime…" del 1569 sarebbe incompleta, ovvero che non riesco ad individuare ciò che pure vi sta; la seconda, che i nostri Giacomo, Pietro e Francesco non provenissero da Montesolaro.
E così continua a rimanere attuale il vecchio quesito: da dove venivano i tre fratelli Guzzi? E mentre rimango in attesa della risposta, che forse non arriverà mai, penso che le odierne arruffate argomentazioni abbiano almeno contribuito a fornire nuovi elementi per comprendere l'evoluzione del cognome, che sempre più sono portato a ritenere, al di là del suo stretto significato dialettale, una forma spregiativa del termine "contadino", che veniva attribuito a soggetti che si ritrovarono a svolgere un'attività, quella di massaro, che la comunità rustica preesistente riteneva a sé estranea per origini e tradizione. Così, attribuito il soprannome, i coevi cominciarono a confonderlo sempre più col cognome, per poi anteporre il primo al secondo, per infine sopprimere il secondo; proprio come accadde ai nostri Guzzi, i quali nel giro di un secolo si trovarono ad essere solo Marelli, con la memoria del cognome originario perduta. In merito, ma per solo gusto speculativo, osservo che i Marelli di Giovanico già portavano questo solo cognome quando i nostri erano anche o soltanto Guzzi; quei Marelli, dunque, dovettero approdare a Giovanico ben prima che i nostri Guzzi approdassero alla cascina Varena.
Ma se la circostanze furono davvero quelle che ho accennato, dove si consumò la fase precedente il plurisecolare capitolo di Varena? Se non impossibile, sarà certamente molto difficile stabilirlo, intanto perché le fonti ecclesiastiche appaiono esaurite, eppoi perché anche dagli atti notarili rogati a Cantù, dopo aver dedotto il nome del padre dei tre fratelli Guzzi dall'imbreviatura di costituzione di dote di Marta Marzorati a Pietro Guzzi, non ho più trovato alcun nuovo e utile elemento.
In attesa di nuove idee tornerò all'Archivio di Stato per estrarre la copia dell'atto del 13/12/1594 del notaio Carcani Francesco quondam Benedetto, 1565 - 1604, che nella rubrica era descritto come "liberazione di Giacomo Guzzi quondam Lorenzo a favore dell'eredità di Caterina Saldarini", poiché le omonimie e talune circostanze in esso contenute, anche se i luoghi non appaiono essere quelli che dovrebbero, mi lasciano perplesso, ma anche speranzoso. Ma "i luoghi diversi" non è proprio quello che vado cercando?
E intanto, anche per concludere le pagine odierne, penso di poter dire ancora qualcosa su Gerolamo Guzzi e suo fratello Pietro Antonio, quando a fine '500 ancora vivevano e operavano sotto la parrocchia di Vighizzolo. Punto di partenza può essere un battesimo nel quale Pietro Antonio Guzzi appare in veste di padrino:

"
1589. Il giorno 7 del mese di novembre è nata una figliola di Andrea di Guzzi e Lucia consorti, ed è stata battezzata l'8 suddetto da me curato prete Girolamo Dragoni, alla quale è stato posto nome Elisabetta. Il compadre è stato Pietro Antonio di Guzzi. La Commadre Ambrogina di Mazzoli".

Andrea, figlio del nostro oramai famosissimo Pietro Guzzi, appare regolarmente nello stato d'anime del 1593, sposato con Lucia e padre di Elisabetta di 4 anni (la quale, incidentalmente, se il censimento fosse davvero del 1596 dovrebbe avere sette, non quattro anni. No?). Ma Pietro Antonio Guzzi è citato anche nell'annotazione del matrimonio del proprio figlio Alvigi celebrato a Vighizzolo nel 1597. Ne ripropongo il testo:

"
Fatte le tre pubblicazioni in tre giorni festivi, cioè il 22, il 24 e il 29 giugno, né avendosi inteso impedimento alcuno, tra Alvigi di Guzzi figliolo di Pietro Antonio detto della Costa, e Caterina di Marzorati figliola di Pietro detto della Conca, tutti e due di nostra cura, s'è celebrato il matrimonio fra essi per parole di presente nella presenza di me suddetto curato e a mia interrogazione, presente messer Antonio Maria Oldano, mastro Gaspare Bargni e Francesco Bargni, tutti di nostra cura. Il 23 luglio 1597".

Dunque Pietro Antonio Guzzi detto della Costa. Dove visse costui sotto la cura di Vighizzolo? Nell'elenco dei capi famiglia del 1569 non è indicato alcun "Pietro Antonio della Costa", perché, come vedremo fra poco, ancora non era "capo di casa". Nello stato d'anime del 1573 la presenza di Pietro Antonio, nonché di suo fratello Gerolamo, è così indicata:

“Alla Costa.
Vincenzo da Marzorate, capo di casa di anni 65, è cresimato
Pietro Antonio dei Marelli, suo genero d'anni 35, è cresimato
Bosina dei Marzorati, moglie di detto Pietro Antonio, d'anni 30, è cresimata
................................................................................
Gerolamo dei Marelli, fratello di Pietro Antonio, d'anni 27, è cresimato
................................................................................”.

Appare chiaro che Pietro Antonio, sposando Bosina, colse l'opportunità, tra l'altro, di accasarsi convenientemente presso il suocero e massaro Vincenzo Marzorati, ciò significando, in quel tempo, entrare a far parte dell'"aristocrazia contadina". E se suo fratello Gerolamo trovò conveniente seguirlo, la circostanza dovette consentire a Vincenzo Marzorati di prendere i classici due piccioni con una fava, ossia due teste e quattro mani fidate su cui far conto. Ecco così presenti alla cascina Costa, nel 1573, al comando di Vincenzo Marzorati, massaro probabilmente “benestante”, sia Pietro Antonio, detto appunto "della Costa", sia il nostro Gerolamo. Nel 1574, però, la condizione dei due fratelli Guzzi appare assai diversa: nello stato d'anime senza data, ma del 1574, la loro presenza è così indicata:


“Nella cascina del Musso.
Nelle case delle reverende monache del Monte abita:
Pietro Antonio Marelli, capo di casa di anni 37, massaro
Bosina, sua moglie, di anni 33
Giovanni, suo figlio, di anni 16
Domenico, suo figlio, di anni 14
Susanna, sua figlia, di anni 12
Togno, suo figlio, di anni 10
Pietro, suo figlio, di anni 7
Angelina, sua figlia, di anni 2
Gerolamo, suo fratello, di anni 28
Elisabetta, sua moglie, di anni 25
Giovannina, sua figlia, di anni 4
Anastasia, sua figlia, di anni 2
Giacomina, sua serva, de anni 17”.


E' indubbio che tra il 1573 e il 1574 i due fratelli Guzzi fecero un ulteriore salto di qualità, perché divennero massari, alla cascina del Musso, di proprietà delle monache del Sacro Monte di Varese. Cercando tra gli atti dei notai non sono però incappato, come mi sarebbe piaciuto, nella corrispondente investitura, perché forse le monache, essendo di Varese, preferirono un notaio delle loro parti. Tra il 1574 e il 1593 dovette infine succedere qualcosa d'altro, che però non ci è dato conoscere, perché‚ nel censimento del 1593 (già 1596), di Pietro Antonio non esiste più traccia, mentre Gerolamo, pur sempre alla cascina del Musso, ma senza più la qualifica di massaro, risulta abitare nella casa del signor Giulio Cattaneo, salvo poi trasferirsi, come abbiamo visto poc'anzi, a Montesolaro. Ecco la parte che interessa dello stato d'anime del 1593.

“Al Musso cascina.
Nella casa del signor Giulio Cattaneo
.........................................
Gerolamo di Guzzi d'anni 38
Elisabetta, sua moglie, d'anni 36
Paolo, suo figliolo, d'anni 16
Giovanni, suo figliolo, d'anni 12
.........................................”.

Pietro Antonio e Gerolamo, di 37 e 28 anni nel censimento senza data, ma del 1574, appaiono coevi dei figli noti di Giacomo (1503?): Stefano (1540?), Giovanni Angelo (1545?), Paolo (1548?), Marta (1552?) e Giorgio (1557). Anzi, verosimilmente avrebbero potuto essere suoi figli, perché Pietro Antonio (1538?) avrebbe i numeri giusti per essere il suo primogenito e perché Gerolamo (1546?) si inserirebbe bene tra Stefano e Paolo. Però avrebbero anche potuto essere figli di Pietro (1508?), tuttavia meno verosimilmente, perché Pietro, all'età di 65 anni, dovendo aver sposato Maddalena "de li Longij" quando già era un po' avanti negli anni, nel '73 aveva ancora con sè Bartolomeo di soli 20, Elisabetta di soli 12, Giovanni Antonio di soli 11 e Andrea di soli 10 anni. Ma in quel tempo dovevano vigere regole assai elastiche se il settantacinquenne Pietro il 20 gennaio 1583 poté convolare a seconde nozze con la ventiseienne Marta Marzorati, che gli portò una dote e un figlio, che verrà chiamato Filippo, pure verosimilmente in corso d'opera al momento del matrimonio. Ma Pietro Antonio e Gerolamo avrebbero anche potuto essere figli di un altro Guzzi che non conosciamo e che...
Ma Antonio (1470?), capostipite del ramo che invece ben conosciamo, dove stava tra il '4 e il '500? E più mi pongo la domanda più mi appare evidente la risposta, ossia l'impossibilità di penetrare gli eventi di quel tempo in assenza di documenti che, se esistono, non so proprio dove andare a scovare.


3 maggio 1996
, venerdì

ASMi. Quale primo passo, stamani, ho chiesto ed ottenuto la filza 16343 del notaio Francesco Carcani, 1565 - 1604, dalla quale ho estratto e fatto fotocopiare l'imbreviatura del 13/12/1594 portante la famosa “liberazione di Giacomo Guzzi del fu Lorenzo a favore dell'eredità di Caterina Saldarini”. Disattendendo il proponimento di non farlo, ho tentato di cogliere subito il suo contenuto per individuare qualcosa di più di quanto il breve regesto della rubrica (intanto il mio vocabolario archivistico si arricchisce) dicesse. Non ho cavato il classico ragno dal buco, salvo che la parrocchia di Concorezzo nel '500 era parte della pieve di Vimercate. Tuttavia, dopo l'esame del documento ciò che al momento del ritrovamento dell'imbreviatura aveva destato la mia attenzione non solo conservava l'originaria importanza ma ancor più sembrava costituire l'unica traccia di cui disponevo per dare sfogo alla mia inossidabile cocciutaggine, la quale, senza ritegno, mi costringeva a frugare tra sempre nuove vecchie carte nella speranza, invero assai irrazionale, di incappare in altre succose circostanze da indagare.
Ma per scovare nuovi elementi altro non avrei dovuto fare che ritornare allo ASDM per frugare tra gli eventuali stati d'anime delle parrocchie di Cantù, dove sembrava abitasse la nostra Caterina Saldarini, o, meglio ancora, tra le vecchie carte di Concorezzo, dove sembrava abitassero tutti o parte dei Guzzi elencati dal notaio Carcani nella sua indecrittabile imbreviatura. Pensarlo non mi costava nulla e disilludermi appena un poco di più: con un pizzico di fortuna sarei ancora potuto incappare in qualche nuovo e gustoso antico documento.
Esaurito lo scopo primo dell'accesso, ho voluto fare un ulteriore piccolo passo nella ricerca e, allo scopo, mi sono fatto consegnare il pezzo 146 delle rubriche dei notai, ovvero la rubrica del notaio Alzate (ossia Alciati) Martino quondam Bernardino, 1506 - 1577. Più che una rubrica ho avuto un mucchietto di fragili fogli strapazzati, scoloriti e mangiucchiati, in pratica illeggibili. Ma tra le rare parole intelleggibili che ho potuto scorgere in quel mucchietto, una, quasi calligrafica, era indubbiamente "Vighizzolo". Allora ho pensato che se le imbreviature di questo altro pazzo grafomane fossero state, al pari di quell'unica quasi calligrafica parola, un poco più amichevoli, ebbene forse sarei potuto approdare a qualche nuovo risultato. Così, anche per proseguire il lavoro senza altre perdite di tempo, ho restituito la rubrica e, forte dell'esperienza acquisita, in breve ho individuato i numeri delle filze che dovevano costituire la raccolta delle imbreviature del notaio Alciati. Il risultato è stato il seguente:

dal 2/1/1506 al 5/1/1521

7059 02/01/1506 - 02/01/1511
7060 03/01/1511 - 27/04/1512
7061 30/04/1512 - 14/06/1513
7062 15/06/1513 - 06/04/1515
7063 12/04/1515 - 07/10/1517
7064 10/10/1517 - 26/08/1519
7065 27/08/1519 - 02/01/1521
7066 05/01/1521 - 10/09/1522

dal 20/7/1564 al 5/1/1574

16216 20/07/1564 - 14/07/1567
16217 14/07/1567 - 05/01/1574
16218 05/01/1574 - 06/07/1577

Ma quanto a lungo visse questo notaio per rogare durante quasi settantadue anni? Novanta, novantacinque, cent'anni? Nel '500? Mah! E perché c'era un buco di quarantacinque anni? Secondo gli inventari esistette uno e un solo notaio
Alzate Martino quondam Bernardino che rogò dal 1506 al 1577, ma mi permetto di dubitarne. Anzi, di dubitarne fortemente. Per superare il dubbio altro non dovrò fare che confrontare la prima imbreviatura della filza 16216 con l'ultima della filza 7066 per capire se furono farina del sacco del medesimo notaio. Ma penso di conoscere già la risposta.


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