La genealogia e la ricerca delle origini di una famiglia


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29_L'ultimo capitolo

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Capitolo 29 –
L’ultimo capitolo
(15 novembre 2002)

La sintesi della ricerca

"Gussi" deriva da "guscio", segnatamente quello delle nocciole, che in dialetto milanese si pronuncia "guss", ma che in brianzolo e comunque nell'alto milanese si pronuncia "guzz", dove le "z" non hanno suono sibilante, ma quello proprio della doppia zeta del nome Guzzi pronunciato in lingua italiana.
C'era dunque una volta nel contado settentrionale di Milano, a cavallo dei secoli tredicesimo e quattordicesimo, un gruppo familiare che rispondeva al nome di
Gussi. Erano, quei Gussi, agricoltori e alcuni dovevano vantare qualche quarto di nobiltà se è vero, come è vero, che a quel nome era ascritta un'arma in un importante stemmario, oggi conosciuto come Trivulziano. Dovevano la loro fortuna (o sfortuna), quei Gussi, a una delle più importanti e antiche comunità monastiche benedettine femminili, quella del Monastero di San Maurizio di Milano, detto il Maggiore, che a Dugnano e Incirano, ma non solo, disponeva di notevoli proprietà terriere. Di quel monastero i Gussi erano fittabili e massari, e in qualche occasione ne furono fors'anche fiduciari.
Se alla fine del '400 dei Gussi a Dugnano e Incirano non v'era già più traccia, una famiglia che rispondeva a quel nome risultava però risiedere nel contado canturino, dapprima a Galliano di Cantù e poi a Varena di Vighizzolo di Cantù. Anche questi Gussi, che sembra non vantassero ricchezze, dovevano avere qualche quarto di nobiltà se poterono diventare massari dei Fossani,


i quali erano non solo grandi proprietari terrieri, ma, a cavallo dei secoli quindicesimo e sedicesimo, furono i feudatari di Cantù. Un contratto di massarizio, che comportava il riconoscimento al massaro di un titolo di quasi proprietà sul fondo, mai sarebbe stato celebrato se il proprietario non si fosse sentito garantito; nel caso di specie la garanzia non poteva essere costituita che dal nome del massaro, e con esso dal titolo che rappresentava o aveva rappresentato, probabilmente quello di una antica nobiltà, ora decaduta ma non ancora dimenticata, la quale costituiva, secondo una consolidata tradizione di casta, la garanzia necessaria e sufficiente. E così i nostri Gussi, che a me piace pensare avessero radici a Dugnano e Incirano, nei primi decenni del '500 si trovarono ad essere i massari dei Fossani a Varena, per mettere a coltura la loro terra.
Orbene, dagli stati d'anime della parrocchia di Vighizzolo ho ricavato la netta sensazione non solo di quanto forte fu la presa di possesso su quella terra da parte dei nostri Gussi, ma di quanto altrettanto fortemente si radicarono in quella collettività contadina, competitiva, sanguigna, anche un po' violenta, comunque smaniosa di mostrare, quando fossero maturate le condizioni, la propria superiorità economica e morale. I nostri Gussi, soprattutto Pietro, che nella seconda metà del '500 succedette a Giacomo nella conduzione del fondo, non dovettero essere da meno. Anzi. E fu così che i loro conterranei e contemporanei cominciarono a definirli, con un'espressione dialettale tipicamente canturina non proprio lusinghiera,
marell, marej. Marell oggi, marej domani, lo spregio alla lunga venne inteso come termine normale d'individuazione dei componenti quella famiglia; ne divenne il soprannome (Marelli detti di Guzzi) e poi il cognome (Marelli e basta). Infine, nella seconda metà del '600, i Marelli di Varena dopo aver perso il loro vero nome ne persero anche la memoria. Non così quelli di Montesolaro e di Concorezzo, loro pure "di Gussi", che perdettero invece il soprannome riprendendo pieno possesso del cognome originario, ancorché Guzzi invece che Gussi.
Se nel borgo e nel contado i soggetti più potenti, dopo i feudatari, erano i nobili proprietari di fondi, ma anche i proprietari di fondi senza nobiltà, quelli che venivano immediatamente dopo nella graduatoria dei privilegi (si fa per dire) erano i massari, quanto meno quelli che potevano vantare fondi abbastanza estesi per assicurare una gestione che garantisse mezzi sufficienti per soddisfare i bisogni della propria famiglia e per consentire il rimpiazzo dei beni strumentali, e che permettessero qualche operazioncina speculativa come l'abbiamo vista fare nel '500 da qualcuno dei nostri Guzzi. Tuttavia quella di massaro, che consentiva di condurre il fondo come fosse proprio e che assicurava continuità di gestione lungo decenni e secoli, era una condizione che aveva insita gravi e insuperabili limiti: l'assenza del diritto di piena proprietà e l'impossibilità di cedere il livello. Ebbene, complice l'evoluzione del diritto, che diveniva sempre meno tradizionale e sempre più codificato, il contratto di massarizio cadde in desuetudine non essendo riuscito a guadagnare le nuove previsioni legislative. In tale contesto i nostri massari non seppero precorrere i tempi: o non trovarono il coraggio di intraprendere le necessarie azioni per conservare a nuovo e pieno titolo la conduzione del fondo, o forse, più semplicemente, non riuscirono ad accumulare i mezzi sufficienti per attuarle. E' un fatto che si ritrovarono infine estromessi dalla loro plurisecolare condizione di quasi proprietari: il 21 maggio 1835 Agostino Marelli, l'ultimo massaro, venne a morte nella "sua" casa di Varena all'età di settantadue anni.
Ma la vita continuava. Dopo seicento anni dedicati alla coltivazione della terra, Gaetano Marelli, il primo Di Gussi "non massaro", si ritrovò a fare l'oste a Cremnago e il cappellaio a Milano. Suo figlio Agostino, sempre a Milano, fece l'armaiolo. Francesco, mio bisnonno, che tra tutti è l'ascendente rimasto più in ombra, ché di lui nulla ho trovato negli archivi e poche e confuse notizie in famiglia, fece l'assistente, oggi diremmo, in importanti cantieri in giro per la penisola. Ebbe vita tribolata e dovette essere perseguitato da pervicace sorte malefica, al punto che, come egli stesso avrebbe detto, se avesse fatto il cappellaio, ovviamente riferendosi al proprio nonno, la gente sarebbe nata senza testa. Giovanni, mio nonno, oltre che la prima guerra mondiale, fece il mediatore e il commerciante di granaglie. Francesco, mio padre, oltre che la campagna d'Africa, fece l'impiegato, il rappresentante e il piccolo imprenditore. Io ho svolto una professione liberale. Mio figlio pure ne svolge una, ma all'estero.
E così, come un soffio, sono trascorsi quasi otto secoli.


Le ultime ricerche

Giunti a ritroso alla soglia del '400, l'assenza di norme di comportamento codificate e generalmente accettate, tipo quelle stabilite dal Concilio di Trento a carico dei parroci, rendono la ricerca illusoria, dispersiva, defatigante, di una fatica ovviamente non fisica, ma che debilita moralmente, che fa perdere l'entusiasmo, che toglie la passione e costringe l'illuso a mettere la parola fine alla propria illusione. Il filo, che nei registri parrocchiali e diocesani porta (o dovrebbe portare) per mano il ricercatore entusiasta, si interrompe e, perdutolo, il cocciuto e impenitente impara a proprie spese quanto vasta e inutile sia la massa delle carte nelle quali può andare a ficcare il naso, ma nelle quali non troverà nulla. Impara presto, l'illuso, che o dispone, in alternativa, di un archivio familiare cui attingere, o è meglio che concluda con ancora poco disonore l'inutile ricerca.
Ebbene, di tutto ciò io non ho fatto nulla. Come le tre scimmiette occupate a non vedere, non sentire e non parlare, ho proceduto ugualmente e caparbiamente a tentoni, chissà con quale insana convinzione che infine qualcosa avrei ancora trovato. Ovviamente non ho trovato nulla. Tuttavia un elemento (anzi due, ma del secondo, che è stato frutto di pura casualità, riferirò più avanti) che definirei generico, che è stato decisivo per il consolidamento di alcune mie convinzioni (ma solo mie), l'ho trovato presso l'Archivio Storico del Comune di Milano. Invero, durante questi ultimi anni (oggi, mentre scrivo, è il 15 novembre 2002) sono stato diverse altre volte a rovistare in vari archivi, ma ritengo inutile, oltre che annoiante, descrivere operazioni che si sono rivelate sterili. Solamente presso l'Archivio Storico del Comune di Milano, dopo aver frugato (quasi) inutilmente nel
Fondo famiglie, i giorni 31 ottobre e 22 novembre 2001, su indicazione di una gentile addetta all'archivio (che mi ha dato l'impressione di sapere esattamente cosa indicarmi, quando nemmeno doveva sapere a cosa fossi interessato) ho cominciato a esaminare gli Atti del Comune di Milano a cura della prof. Maria Franca Baroni, della quale tutti conoscono il lavoro e i meriti, di cui, quindi, è inutile che riferisca. Così, assai scettico su quello che ancora una volta mi accingevo a fare, ho iniziato cercando negli indici del volume I (1217-1250) e quivi con grande stupore ho trovato elencati diversi soggetti che rispondevano al nome di Gussi (ad esempio, ma solo per alcuni: Albergatus Guxius, campus in loco Dugniano...; Albertus Guxius, res. loco Dugniano... res. in loco Inzirano...; Ambrosius Guxius in loco Dugniano... in loco Inzirano...; Burrus Guxius, res. loco Dugniano...; Carlevarius Guxius, de Dugniano, res. in loco Dugniano...; Marchisius Guxius, res. in loco Dugniano..., eccetera) tutti nominati in un solo e lunghissimo atto il cui regesto era il seguente:

“(CDLIII, 1244, pag. 643)
Alberto Dalmasio, Giacomo Scacabarozzo, Guidato Zavatario, Lanfranco Cagatosico, militi eletti dal Comune di Milano per la misurazione delle terre, con Rainerio Testagno e Ottone Sallario misuratori e con Lantelmo Morano e Giacomo Zavatario notai eletti dal Comune di Milano, misurano e consegnano alla badessa del monastero Maggiore le terre del monastero situate in Paderno Dugnano, Incirano e Palazzolo.
(Copia coeva con qualche macchia e scrittura sbiadita in più punti, di tre atti di seguito sulla stessa pergamena, di mano di "Iacobus filius quondam Baldi Zavatarii civitatis Mediolani, notarius ad offitium mensurationum terrarum per comune Mediolani constitutus", in Archivio di Stato in Milano, Fondo Rel., Perg., Milano, Mon. Maggiore, cart. 487, n. 237 (B).)
”.

Circa il volume II (parte I: 1251-1262; parte II: 1263-1276) il cui indice è costituito da un volume a sè stante, ho trovato ancora diverse volte il cognome Gussi (ad esempio, ma solo per alcuni: Guxis de, Guxiis de, res. in l. Dugniano... in l. Incirano...; Guxius, Guxius qui dic. ...; Gussi, Gussius, Gussus, Guxus, Guzius: Albergatus, Albertus, Ardeius, Boira, Griffus, Mazolus, ecc.) tutti nominati nei seguenti due atti:

“(XCIV, 1254 maggio, Varedo Incirano e Dugnano)
Ambrogio Fasolo servitore del comune di Milano, in precetto di Giacomo Collo giudice ed assessore del podestà a seguito richiesta del Monastero Maggiore di Milano, si reca nei luoghi di Varedo, Incirano e Dugnano per fare elencare e consegnare le terre del detto monastero.
(Copia semplice coeva in Archivio di Stato in Milano, Fondo relig., Perg., Mon. Maggiore, cart. 489, n. 376 (a,b,c) (B). Altra copia della stessa mano, ivi n. 348 (B1).)”
.

“(DCLXXXI, 1274 aprile)
"Alla presenza di Montino Rabbo servitore del Comune di Milano e di Alcherio de Osa procuratore del Monastero Maggiore i consoli del luogo di Dugnano misurano e consegnano le terre che il detto monastero possedeva in Dugnano e Incirano.
(Inserto in atto attribuito al 1284, in Archivio di Stato in Milano, Fondo Relig., Perg., Milano, Mon. Maggiore, cart. 492, n. 709 - L'atto in cui tale consegna è inserta è complessivamente lacerato nella parte alta sinistra. Annotazione sul verso lo attribuisce al 1284 perché a detto anno corrisponde l'indizione leggibile: il mese manca. Con esso la badessa del Monastero Maggiore, alla presenza delle monache di cui sono elencati i nomi, intesta a massarizio i fratelli Ruggero e Giovanni, figli del fu Guidato da Ponte, e Gerardo del fu Gilberto Gussi di Dugnano dei sedimi e delle terre di cui si pubblica la consegna.)
”.

Il volume III (un solo volume 1277-1300), del quale l'indice è un volume a sè stante, portava altri tre o quattro atti (a questo punto sono i miei appunti a essere confusi) con riferimenti ai Gussi, il contenuto dei quali era di natura simile a quelli appena riportati, dove il
dominus era sempre e solo il Monastero Maggiore di Milano. Ometto di trascriverne il regesto, perché, a questo punto, sarebbe inutile.

Il volume IV era un'appendice ai precedenti, nel cui indice non ho trovato il nome Gussi.

E così facilmente ed inopinatamente ho avuto conoscenza della più antica dislocazione conosciuta dei Gussi, comunque lombardi già a far tempo dal tredicesimo secolo. E' ovvio che mi sarebbe piaciuto poter mettere in relazione i Gussi del '200 coi nostri del '500, ma per quanto ho potuto appurare non esistono altri studi per il Monastero Maggiore che si riferiscano al '300 e al '400. Restavano, ovviamente, i documenti originali, e dunque caparbiamente speranzoso il 19 e il 26 settembre e il 4 ottobre scorsi mi sono recato all'Archivio di Stato di Milano a frugare nei registri e nelle pergamene del Monastero. Ebbene... per il rispetto dovuto al lettore credo sia cosa giusta e buona non aggiungere altro.
Per amore di verità, devo dire che Floriano Pirola, al quale porgo vivi ringraziamenti per l’assistenza che mi ha dato e per la grande pazienza che ha avuto, aveva ragione quando mi indicò Dugnano quale luogo d’origine dei Guzzi-Marelli. I quali, dopo cinque secoli dal loro primo insediamento, ancora oggi hanno il loro covo a Vighizzolo, con succursale a Cantù.


Qualche commento ancora

Ora che la ricerca è terminata ne sono dispiaciuto, perché era diventata una piacevole abitudine organizzarne i passi in ragione del risultato ottenuto e di quello che ancora volevo ottenere, anche se, devo dire, sovente ho avuto la sensazione di essere solo l'esecutore di un disegno altrui. Ma questa è un'altra storia.
La ricerca, dicevo, era diventata una presenza costante nelle mie giornate, perché mi imponeva di inserire tra gli altri impegni anche quello della stesura del diario, che ha costituito la parte forse più onerosa ma anche più appagante di tutto il lavoro. Perché avevo imparato che ciascuna fase della ricerca si sarebbe completata solamente quando ne avessi scritto lo svolgimento, quando, in altri termini, non solo ricordando ma leggendo quello che avevo fatto avrei potuto capire compiutamente la vera importanza di ciascun elemento e come avrei dovuto collocarlo nel contesto degli altri che già avevo ordinato. E la parte più straordinaria del processo di formazione del diario era costituita non solo dalla totale comprensione di quanto avevo trovato ma dal fatto che riuscivo a penetrare il tempo che visitavo e a immedesimarmi nei personaggi che incontravo, in un contesto sempre uguale a sè stesso, ma sempre più compiuto. Così, la cascina Varena, nonostante che con la ricerca procedessi a ritroso nel tempo, soprattutto dopo averla visitata aveva assunto nella mia mente un aspetto sempre più definitivo, tanto che a un certo punto la mia fantasia nulla più aveva saputo aggiungervi. La sua fisionomia si era stabilizzata: era formata da un agglomerato di fabbricati tipicamente rurali, su un solo livello, disposti diversamente da come li avevo veduti durante il mio sopralluogo alla località Varenna, immersi invece in una campagna in tutto simile a quella che avevo osservato, con sullo sfondo, a settentrione, una cima montuosa - che in realtà non c'è - che aveva la fisionomia seghettata della cima del monte Resegone. Ed è l'immagine che ancora oggi mi sovviene quando mi ritrovo a pensare alla cascina Varena.
Parte altrettanto straordinaria della ricerca è stata la scoperta di un mondo del quale non sospettavo l'esistenza: il mondo degli archivi e dei personaggi che lo popolano. Definire in modo non convenzionale cosa sia realmente un archivio non credo sia facile nemmeno per gli addetti ai lavori. Dunque non ci proverò. Dirò soltanto che è un mondo incredibilmente vasto, il cui dominio è il tempo, dove il tempo diventa spazio e dove lo spazio ridiventa inesorabilmente tempo. E che i personaggi i quali vi operano sembrano non appartenere al loro tempo, perché hanno la straordinaria capacità di tornare al passato, e là arricchire il loro sapere e da là portarlo nel loro tempo. E così la conoscenza del passato, fondamentale per comprendere il presente, tramite gli archivi, che sopravvivono agli uomini, transita per loro tramite dal tempo andato a quello futuro.
Ebbene, l'Archivio di Stato di Milano, che è l'unico che ho frequentato, m'è parso come un immenso, complesso e ben oliato meccanismo, arcano e problematico, ma preciso come un solido, grande regolatore inglese a colonna dell'’800, tenuto in carica da personaggi, ognuno nella propria peculiarità, unici, irripetibili, inestimabili. L'ho frequentato assiduamente non tanto nella sala di studio quale improvvisato e intimidito ricercatore in erba quanto quale uditore di uno dei corsi biennali della scuola di archivistica, paleografia e diplomatica che l'Archivio tiene regolarmente. La partecipazione al corso ha costituito un'esperienza unica, che mi ha consentito da un lato di acquisire qualche conoscenza specifica, tuttavia gravemente limitata dalla mancanza di ogni mia conoscenza di base, e dall'altro di conoscere quei personaggi, unici, irripetibili e inestimabili, ed altri, ugualmente unici, irripetibili e inestimabili, in veste di docenti. E dalle frequentazioni, si sa, nascono amicizie: ed è così che ho stretto una bella amicizia con la dott.sa Eleonora Sàita, un altro gigante delle scienze archivistiche e non solo. La quale, oltre ad essermi stata prezioso consigliere in una parte della ricerca, si è dichiarata disponibile per scrivere la presentazione di questo lavoro, perché, dice, lo trova originale e meritevole di attenzione. Ne sono lusingato e mi piacerebbe tanto che avesse ragione.


E ora chiudo

"
Di Gussi
Fasciato increspato d'argento e di rosso; al capo d'oro con aquila di nero, linguata di rosso, coronata del campo, sostenuto da una fascia di rosso, carico di quattro gusci di nocciola d'argento, ordinati nel senso della pezza
".

E' questa la blasonatura dello stemma dei
Di Gussi che si trova a pagina 169 dello Stemmario Trivulziano, già Belgioioso, religiosamente custodito presso la Biblioteca Trivulziana di Milano (donde il nome) con la denominazione di Codice Trivulziano 1390. Ma non è lo stemmario in sé che ci interessa, né il fatto che i Di Gussi nel quattordicesimo secolo avessero già o ancora sufficiente titolo per esservi inclusi; né che i Di Gussi fossero di osservanza ghibellina, perché l'aquila imperiale nello stemma alludeva o che si era feudatari dell'impero, o che si era servito l'impero in qualche impresa di rilievo, o che erano stati concessi speciali privilegi dall’imperatore. Quello che ci interessa è invece sapere come sia io venuto a conoscenza dell'esistenza dello stemmario e dunque dello stemma dei Di Gussi. Ebbene, dirò che ne sono venuto a conoscenza perché "qualcuno" lo ha voluto. Certo, questa è una battuta, ma le circostanze del ritrovamento sono state quanto meno singolari. Quello che è certo è che non sapevo né mai ho sospettato che esistesse lo Stemmario Trivulziano. Mai, dunque, mi sarei messo a cercare qualcosa di cui nemmeno sospettavo l'esistenza. Com'è, come non è, un bel giorno davanti ad una edicola di giornali la mia attenzione è stata attirata da una rivista esposta in vetrina, dal titolo The Middle Ages o qualcosa di molto simile. L'ho acquistata e il giorno seguente, spinto da un impulso impellente, che normalmente non mi riconosco, avevo già sottoscritto l'abbonamento. Ho ricevuto la rivista per qualche mese, ma alla scadenza del primo anno, vuoi per i disguidi postali che una volta su due mi privavano della pubblicazione, vuoi perché il contenuto, diversamente da come m'era parso di primo acchito, non mi soddisfaceva affatto, non rinnovai l'abbonamento. Ricevevo le riviste, le sfogliavo distrattamente, le riponevo e le dimenticavo. Ma quella volta no. Aprii la rivista appena arrivata direttamente sulla pagina in cui una casa editrice annunciava la pubblicazione di uno stemmario, quello trivulziano appunto, fornendo descrizioni che mi parvero interessanti, e qualche illustrazione. Chissà come, ma in quell'istante ebbi la sensazione, anzi la consapevolezza, che sulle pagine di quello stemmario avrei trovato qualcosa di importante che mi avrebbe riguardato, anche se nel contempo mi dicevo che certe cose le fanno i bambini, non gli adulti. Ebbene, non potendo resistere all'impulso il giorno medesimo telefonai all'editore e prenotai due copie del volume. Qualche mese dopo, quando avevo quasi dimenticato la prenotazione, ebbi una telefonata dall'editore perché passassi a ritirare i volumi. Là giunto non ho saputo resistere alla tentazione: senza por tempo in mezzo mi sono messo a sfogliarne uno, e insieme agli altri del gruppo della lettera "g" ho trovato "lo stemma". Che sembrava mi dicesse: eccomi, sono qui, mi hai trovato. Poi... non è il caso che aggiunga altro. Il resto l'ho già detto.



Posuerunt me custodem


Ma non tutto, perché voglio raccontarne un'altra, l'ultima.
Nel corso dei lavori mi sono spesso domandato quale titolo avrei dato al diario, ché un titolo glielo avrei pur dovuto dare. Ma per quanto pensassi più che banalità non mi venivano in mente. Non che me ne importasse molto, ma, insomma, qualunque cosa ha un nome e dunque anche il diario avrebbe dovuto averne uno. Niente. Solo banalità. E così il tempo passava, qualche anno, e non riuscivo a venire a capo di un problema banale, tanto banale da sembrare non avere soluzione. Fin tanto che un giorno, forse due, forse tre anni fa, non ricordo,
qualcuno ha risolto il problema per me. Anche questa è una battuta, certo, ma state a sentire. In circostanze che non conta riferire, un giorno mi sono trovato a curiosare in un cascinotto che doveva essere demolito. Forse volevo vederlo per l'ultima volta prima che lo demolissero, o forse volevo rovistare tra le cianfrusaglie per trovare, chissà, qualcosa di prezioso. E mentre guardavo e rovistavo l'occhio m'è caduto su una Madonna. Anzi, su una Madonnina con Bambino, riprodotta industrialmente, ma come fosse dipinta a mano, su un lamierino, peraltro opportunamente sagomato e bordato color oro. La ruggine aveva fatto la sua parte, ma nel complesso l'icona (così la pensavo) era ancora in uno stato decente e, perché no?, avrebbe potuto essere recuperata, restaurata per quel tanto che fosse stato possibile e messa da qualche parte a far bella mostra di sé. Così la staccai dallo scuro dove era rimasta inchiodata per sessanta o settant'anni e me la portai via.
Avevo sì visto che ai piedi della Madonnina stava scritto qualcosa, esso pure in color oro, ma non l'avevo letto, ché più che la scritta m'interessava l'immagine. Ebbene, al rientro, mentre ammiravo la mia nuova icona, già pensando a come l'avrei restaurata e a dove l'avrei sistemata, leggendo la scritta ai piedi della Madonnina sono rimasto di sasso.
Posuerunt me custodem, c'era scritto. Posuerunt me custodem. C'era scritto il titolo del mio diario: Posuerunt me custodem. Qualcuno ci aveva pensato al posto mio, qualcuno, ora ne ero certo, non solo mi aveva condotto per mano durante la ricerca ma aveva anche pensato di farmi trovare quello che da solo non ero e non sarei mai riuscito a trovare: lo stemma e il titolo del diario. Lo stemma della loro, della mia famiglia e il titolo della loro, della mia storia.

Basta. Devo fermarmi. Se continuassi a scrivere cose di questo genere qualcuno potrebbe davvero pensare che sono ammattito.

E allora qui concludo, mentre osservo alcuni merli tra le rare foglie gialle e rosse della vite canadese abbarbicata al muro di fronte, che strappano le bacche per cibarsene, in attesa della prossima primavera.


Il testo di questo capitolo può essere qui scaricato in formato ".doc" o ".pdf".






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