La genealogia e la ricerca delle origini di una famiglia


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ovvero

La presentazione

Diciamocelo: è bello trovare qualcuno che ti permette di scrivere quello che vuoi, come vuoi. Non si capisce perché, infatti, ma se uno è uno studioso, specie se umanista, quantomeno in Italia è obbligato a paludarsi e ad essere noioso, altrimenti non è uno studioso serio.
In quanto studioso serio
ho sempre scritto articoloni in cui, pur non muovendo un passo senza che potesse essere supportato da prove documentarie e da ragionamenti quanto più possibile ineccepibili, ogni tanto ficcavo una parolina gioiosa, una frase divertita che servisse a dar respiro al ragionamento, agio alla mente, sorriso allo spirito per rilassarsi. Ho dovuto disimparare: le scappatelle mi venivano sempre rimproverate, se non addirittura cassate d'ufficio. Però la voglia è rimasta: e adesso che ho per le mani un testo come questo, dove in definitiva anche l'autore, non avendo bisogno di dimostrare nulla, ha fatto quello che ha voluto, la voglia me la tolgo; tanto più che l'autore stesso è il primo ad esserne contento.

Certo, non è di tutti i giorni incontrare personaggi così; ma avendolo conosciuto alla Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica di un Archivio di Stato - quello di Milano, per la precisione - si può dire che si tratti di cosa normale. Gli archivi di stato sono infatti pieni di tipi strani e cocciuti, chini per passione su carte a volte disperanti, che ridacchiano attraverso le loro scritture antiche più o meno svolazzanti, piene di abbreviazioni criptiche, parole ostiche, formulari misteriosi, fatte apposta per sfidare gli studiosi professionisti e intestardire quelli dilettanti, i quali meno capiscono più si intestardiscono. E quest'ultima caratteristica si può dire presente soprattutto in quei soggetti che si avvicinano agli archivi perché un mormorio dell'anima li riporta alle origini e vogliono sapere di più sulla famiglia da cui discendono e sul cognome che li identifica come un marchio, e che nel bene e nel male ha dato loro qualcosa.
Di solito, questi "genealogisti privati" non sono più nel fiore degli anni e hanno lasciato l'attività lavorativa dietro le spalle. Essendo dunque un po' più padroni del loro tempo e del loro pensiero l'idea, magari già sorta nell'intimo da lunga pezza, frulla loro più rapidamente nella testa, li punzecchia, li titilla, li spedisce sugli


album delle foto di famiglia, su tutte le carte, lettere, diplomini e disegnini, certificati ed attestati che riescono a scovare in giro per la casa; li spinge a frugare nella memoria propria e altrui, interrogano zie quasi centenarie e cugini dimenticati da decenni; li porta a mettere timidamente le mani sulle prime carte non di famiglia, richiedendo certificati di nascita al Comune, fedi di battesimo e d'ogni genere di sacramento interessante gli antenati più vicini. Quando arrivano al primo trisavolo, del quale non sanno nulla, e la curiosità, non fiaccata dallo scarso entusiasmo riscontrato in familiari ed amici, ancora li sostiene, è fatta: dove potranno mai trovarsi le notizie che lo riguardano? Indaga di qua, chiedi di là, non ci vuole molto perché giungano, un bel giorno, a spingere la porta del loro primo archivio.
Quelli come il Marelli, poi, sono tipi tosti: quando decidono una cosa solo il fuoco può fermarli (e questo semplicemente perché distruggerebbe loro la materia prima, i documenti da studiare). S'iscrivono addirittura alla Scuola di archivistica, anche se solo come uditori, perché il mondo che hanno scoperto è sfaccettato come l'Isola-che-non-c'è, e magari saperne qualcosa di più ancora non sarebbe male. Fare l'uditore, poi, è comodo: si ha solo l'obbligo di frequenza, che non mi è mai parso fosse molto pesante specie per chi non ha l'assillo del diploma finale, e può godersi indisturbato i chiacchericci dei compagni di corso ed i vantaggi presentati dalla spiegazione del particolarismo grafico nelle scritture del secolo XI, che portò alcuni diplomandi del biennio 1997-1999 ad approfondire contemporaneamente il particolarismo dolciario, costituito dalla infinita varietà di caramelline che l'altro uditore non mancava mai di portare con sé. Discettare in questo modo di faldoni e scritture beneventane, di protocolli ed escatocolli, e scoprire così quanta tecnica, capacità organizzativa, mole di conoscenze si trovino dentro ad un archivio dev'essere stata una bella esperienza, per chi non ne sapeva nulla. Ma non sono mai riuscita a farmelo dire, chissà perché.
Ecco, il Nino Marelli ha scritto tutto questo nel suo diario. Essendo un metodico di prima sfera, per riordinare le idee nel corso di una ricerca, che l'ha spinto in un mondo tutto nuovo, ha fissato su carta ogni sua azione, ogni suo pensiero, ogni sua considerazione, arrabbiatura, perplessità, sconforto - la scrittura dei notai, eh Nino?-, gioia della scoperta, insomma quel che passa nella testa di uno di quei soggetti definibili quali "studiosi non professionisti" cui è saltato l'uzzolo di fare la storia di famiglia.
Nessuno l'aveva mai fatto prima. Il Marelli ti scrive come ha affrontato i cosidetti "archivi ecclesiastici", non tanto quelli conservati presso l'Archivio Diocesano di Milano - del quale, peraltro, ha detto molto - quanto quelli ancora in mano ai parroci, in genere poco propensi a lasciarli consultare, come tutti ben sanno; naviga mettendocela tutta fra nomi e cognomi che non sono mai gli stessi pur riferendosi alla medesima persona, affrontando i
Pedrazi e Pedrazini, i Gussi e Guzzi che epoche in cui l'anagrafe era abbastanza un'opinione gli hanno squadernato sotto gli occhi; ha compilato decine di moduli, spulciato decine di schedari, affrontato un buon numero di repertori e fonti d'archivio, tutti descritti dalla sua puntuale acribia (ci mancava solo ne ricopiasse lo schema per metterlo nel diario); ha letto diversi libri e imparato diverse cose su contratti agrari, livelli e massarici, che riporta man mano che gli si srotolano nella testa a comporre il suo personale mosaico della ricerca. Non tutti i tasselli sono pertinenti, anzi alcuni - e gliel'ho detto - non c'entrano affatto, come succede a chi affronta argomenti al tutto nuovi senza averne una preparazione specifica. Ma devono stare lì, per forza: sono scaturiti dal suo personale percorso, parte integrante della ingenuità del dilettante appassionato che l'esperto professionista ha ormai perduto.
Ogni tanto il Marelli, sopraffatto dai dati che non coincidono, anzi, sembrano proprio andare da tutte le parti, si dispera; ma è cosa d'un minuto. L'11 marzo 1996 dichiara che gli ci vorranno mesi e anni e decenni, e tre righe e mezzo dopo spiega già come si fa a richiedere le filze dei notai antichi conservate presso l'Archivio di Stato di Milano. Ti dice come ha avuto i pezzi richiesti, mica tutti però, perché due contemporaneamente sul tavolo non si possono avere, ecceteraecceteraeccetera. Tutti questi particolari così manualistici sono spesso lunghi da leggere, e talvolta noiosi: ma chi ha mai scritto una
guida dell'utente d'archivio? Il Marelli lo ha fatto: perché il suo diario in fondo è una guida, un prontuario che spiega compiutamente (anche troppo...) cosa accade a coloro i quali mettono piede in un archivio, una guida condita da pensieri e riflessioni personali, che mettono su carta non solo la tecnica pura del neofita d'archivio, ma anche cosa succede nella testa del neofita stesso man mano che segue il suo percorso.
Lo scopo dell'autore, in fondo, è questo: essere utile a sé, ma anche a chi vorrà compiere il suo stesso sentiero, difficile, tortuoso ed entusiasmante, custode e latore al prossimo della sua piccola memoria.
Posuerunt eum custodem, come la Madonnina che lui stesso ha voluto porre a suggello e protezione della sua fatica.

Eleonora Sàita


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